Fin da quando mi era arrivata la mail di conferma, avevo avuto il sospetto che stavolta l’avessi combinata grossa.
Non “ho prenotato una cena e ho dimenticato l’anniversario” grossa.
Più tipo “mi sono iscritto alla LUT” grossa.
Per uno come me – stradista convinto e, al massimo, trail runner da aperitivo – l’occasione di mettersi alla prova con qualcosa di tosto era finalmente arrivata.
E io, con grande spirito di incoscienza, ho deciso di prenderla a schiaffi. O meglio, di farmi prendere a schiaffi da lei.
Allenamenti, gare, perfino una ultra – quella giusto per potermi dire “tranquillo, ci sei quasi” – tutto è servito ad avvicinarmi a questo giorno.
Un giorno in cui emozioni e fatica sono arrivate puntuali. Come lo stipendio.
Solo allora ho capito perché quest’anno la gara fosse proprio il 27.
Ore 8:00, blocchi di partenza.
Nello zaino ci sarà tutto? Avrò troppo caldo? O morirò di freddo a metà? Ce la farò ad arrivare in fondo o finirò a cercare la via per il bar più vicino?
Siamo in tanti.
La speaker parla, io non sento quasi nulla. Il cuore batte come se stessi per affrontare un esame di maturità.
Sono qui. Dopo tutto questo tempo. Dopo tutte le chiacchiere.
Dopo tutte le volte in cui ho sentito “la LUT è una cosa seria”. Spoiler: lo è.
Si parte.
Dopo pochi chilometri è già salita. Poi bosco. Poi ancora salita. Poi montagna. Sempre più montagna.
Ovunque mi giri, bellezza. Talmente tanta che per un attimo mi dimentico che sto sudando anche l’anima. Scatto 2 o 3 foto: tanto so già che arriverò comunque “merdesimo”. Quindi tanto vale portare a casa almeno qualche ricordo.
Certo, le gambe iniziano già a mandare segnali tipo “sei serio?”, ma io fingo di non sentire. Passo tra fiumi, rocce, salite infinite e single track tecnici (leggi: tratti dove se sbagli metti un piede in Slovenia).
Le ore passano, i km pure. Ogni salita sembra l’ultima… finché non ne arriva un’altra. Ma niente, vado avanti. Testa bassa, gambe dure, cuore in modalità “che ci faccio io qui”.
A 10 km dalla fine vedo Cortina. Vicina ma irraggiungibile, tipo ferie ad agosto.
«Dai, forza» mi dico. «Sono diecimila metri, poi 9.999, poi sempre meno…»Come se contare al contrario aiutasse.
Finalmente torno alla “civiltà”. Ultimi 2 km. Le lacrime scorrono – o forse è sudore, o forse è l’acqua della doccia all’ultimo ristoro (santo subito, chi l’ha messa lì).
Entro in Corso Italia. La gente applaude. I compagni di squadra sono lì, con la birra in mano.
Non so se abbracciarli o inginocchiarmi e chiedere un’isotonicissima grazia.
Ci sono.Ce l’ho fatta.Un’impresa?
Mettiamoci le virgolette. Non ho salvato il mondo.
Ma l’ho costruita da solo, questa follia. Fino all’ultimo passo.
Ho affrontato le mie paure, tipo “ce la faranno le ginocchia?”, “e se finisco i sali?”, “e se lo zaino fosse troppo pieno o troppo vuoto?”, “e se mi perdo nel bosco e divento leggenda locale?”.
È avventura. È sport.È quel tipo di sfida che ti cambia – o almeno ti fa camminare strano per una settimana.È la LUT. E stavolta, ho vinto io.
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