Da qualche anno a questa parte c’è una forte presenza sui social di questo atteggiamento del

“tutto è possibile, i limiti non esistono, o meglio, che fa più effetto, NO LIMITS”.

Se in un certo tal senso non sono completamente in disaccordo con questo atteggiamento, in quanto sono fortemente convinto che si debba sempre cercare di migliorarsi, per dare un senso di completezza alla vita e per sentirsi soddisfatto nei propri traguardi, ci sono delle situazioni in cui bisogna prendere le cose con un tantino più di prudenza, il buttarsi e basta non è una buona strategia, il pensare che il limite è solo nella testa è rischioso, perché effettivamente un limite c’è, e bisogna esserne consapevoli.

Uno di questi scenari è l’Ultra Trail Running.

Una settimana fa esatta uscivo dalla mia comfort zone dei 50km e correvo l’Elba Legend Run, 67KM 3000D+ a Capoliveri, Isola d’Elba.

Ho preparato questa gara abbastanza meticolosamente, tanto dislivello, tanti km, sempre seguito da coach Capriotti, mai a caso, lavoro specifico, qualità, lunghi, tutta la ricetta per bene.

L’avvicinamento a quel paradiso che è l’Elba da Ancona non è affatto facile, bisogna attraversare il paese da costa a costa, per un totale di oltre quattro ore di macchina per poi prendere un traghetto da Piombino a Porto Ferraio.

La formazione è di tutta gente tosta, navigata e per alcuni nemmeno la prima volta sul tracciato ed in genere sul terreno Elbano, per me debutto.

L’ultima volta che ho messo piede all’Elba è stato circa 12 anni fa in una gita scolastica, quindi, prima volta.

Il meteo sembra buono anche se per il giorno della gara danno 40 nodi di vento, cosa che non mi impensierisce particolarmente ma è comunque un fattore da considerare, il vento può essere una gran seccatura.

Il morale è alto, arriviamo a Capoliveri di buon’ora, recuperiamo Paolo e iniziamo la solita routine, check in alloggio, aperitivo e cazzeggio.

Siamo in anticipo di oltre 24 ore, abbiamo parte della giornata di arrivo e tutto sabato per “acclimatarci”.

Purtroppo, canniamo clamorosamente il ristorante della prima sera e ci troviamo in un postaccio terribile con cibo altrettanto tremendo, ma non siamo gente che si fa troppi problemi, mangiamo una pizza al limite della decenza e proseguiamo alla ricerca di un po’ di colore isolano.

La prima notte non dormo bene, ho caldo, il letto con il sacco a pelo è scomodo e la mia maledetta incapacità di prendere sonno velocemente rende tutto più difficile.

Non mi riposo a dovere, ma c’è tempo per la gara, il sabato è a disposizione.

Guidati da Paolo, che ben conosce quei luoghi, passiamo la mattinata in una spiaggia bellissima, c’è sole e poco vento, anzi fa proprio caldo e alcuni ne approfittano per un bagno fuori stagione.

Fanatici… :D

Pranzo leggero (e costoso) e andiamo a ritirare i pettorali alla zona partenza in piazza a Capoliveri, la cornice è meravigliosa, il posto, incantevole.

Ci perdiamo in passeggio tra le vie di Capoliveri, è un quadro; placido e silenzioso il paese si snoda in piccoli scorci tra vie microscopiche e aperture sul mare di una trasparenza che sembra vetro, le sensazioni sono davvero buone.

Torniamo a casa a metà pomeriggio e con Andri inizio la preparazione del materiale da gara, la “mise” da indossare, i supplementi e tutto il necessario, è una fase che mi piace sempre molto.

Canniamo nettissimi anche la cena pre gara, finendo in un ristorante molto bello ma purtroppo anche molto “Gourmet” (se poi così lo si può definire). Per un prezzo che definirei ironicamente “sbilanciato” portiamo a casa un piatto con sei pacchetti al ricordo di rana pescatrice ed una ciotola di patate al forno.

Ero pronto per un “carbo load” come da tradizione a base di fettuccine e patate e mi sono trovato con un pasto da turisti o al massimo da coppia di innamorati stranieri. Delusione e sgomento prendono il sopravvento, non nascondo un pelo di irritazione, così come i miei compagni, ma ormai è fatta, buttiamo giù l’amaro pacchero.

Torniamo a casa presto perché la sveglia è alle cinque e dobbiamo riposare, o almeno io devo dormire, se no domani saranno guai.

Purtroppo, la natura non mi ha fatto quel dono prezioso che hanno tante persone di riuscire ad addormentarsi velocemente come si entra nel letto, di conseguenza, come sempre, impiego un’eternità ad addormentarmi, dormo male ed agitato.

Andri mi sveglia alle 5 scarse, stranamente dato che notoriamente odio svegliarmi molto presto non vedo l’ora di tirarmi su e iniziare la giornata.

La tensione pre-gara comincia a salire, so che sarà dura e che sto aumentando distanza e tempi di percorrenza e la cosa mi impensierisce un po’ ma sono stranamente tranquillo.

Colazione con il mio collaudato porridge over night con marmellata di fragole, caffettone, un po’ di yogurt greco e siamo per strada.

È ancora buio, non fa freddo ma è umido e l’atmosfera è resa inquieta dal vento. Il fatto che non abbiamo necessità di coprirci perché la temperatura è sui venti gradi ci rende sereni.

Percorriamo i dieci minuti di strada da casa alla piazzetta di Capoliveri e siamo in zona partenza.

Ultimamente, stiamo partecipando a gare più “underground” (vedi Monviso 50Km corsa qualche mese fa) lontani dai fasti di UTMB e mega circuiti internazionali, quindi anche l’affluenza è nettamente minore.

Siamo all’incirca 70 persone, e come sempre quando si è in pochi c’è grande silenzio e grande concentrazione.

Il direttore di gara ci avverte che non sarà trasmessa musica e non saranno usati impianti audio per non disturbare Capoliveri che è ancora addormentata, tutto tace.

Brevissimo briefing sottovoce, conto alla rovescia e nel silenzio della notte Elbana partiamo per il nostro viaggio.

Il passaggio per le vie del paese addormentato è brevissimo, meno di un chilometro e siamo già all’attacco di una salita sterrata dalla pendenza tutt’altro che trascurabile.

È caldo, ho caldo, mi libero subito dell’antivento che ho su per paura di sudare troppo e raffreddarmi dato il forte vento già dai primi metri, è molto umido.

Il gruppo di testa parte a fiamma e poco dopo perdo anche il mio compagno di viaggio che ha una buona gamba e giustamente segue il suo flusso.

C’è un forte vento contrario e finita la salita siamo subito su di un single track con da una parte vegetazione e dall’altra un’apertura sulla valle sottostante, è ancora buio quindi mi concentro sul passo seguendo chi ho avanti a me, le frontali del gruppo di testa si allontanano velocemente.

Faccio subito coppia con un navigatissimo ultra runner, Dario, che mi accompagnerà fino a metà gara.
Ha molta esperienza sia come allenatore che, come runner, ha in bagaglio bestie da oltre i 150Km, è una persona di una positività contagiante, sono felice di aver legato dopo così poco con una persona così motivante e simpatica, proseguo con lui scambiandoci qualche chiacchiera per entrare in temperatura.

Dopo circa un’ora di buio finalmente l’alba sale e con lei il buon umore. Passiamo il primo sito minerario e le sensazioni sono bellissime, la terra nera è morbida e brilla di riflessi rossastri del ferro estratto per anni.

Passiamo in mezzo ai vecchi macchinari da estrazione che sconquassati da oltre trenta nodi di vento mormorano cigolando, quasi a celebrare il nostro passaggio.

Un compagno di avventura prima della partenza mi ha redarguito sulla “corribilità” della prima parte del percorso quindi, nonostante le energie siano ancora tante e le gambe reattive, cerco di contenermi.

Ne approfitto per godere del paesaggio meraviglioso del mare, del vento e del sole che sta per sorgere da dietro il promontorio, Dario è davanti a me, non possiamo non commentare la bellezza di quello che ci sta intorno.

Velocemente la traccia svolta verso l’interno, passiamo in rassegna un promontorio che mi ricorda una scena dei “Goonies” e con un ampio zig zag cominciamo a prendere quota allontanandoci dal mare.

Passiamo in rassegna dei resort immersi nel verde bellissimi, con maneggi e chalet perfettamente integrati con il paesaggio, quasi mimetizzati. Prendo un appunto mentale per una vacanza, voglio tornare con la mia famiglia all’Elba la prossima stagione, senza gare tra i piedi. 😀

A ridosso di un maneggio, sbatacchiati dal vento, tre volontari riescono a malapena a tenere in piedi il punto di ristoro, un bicchiere di coca cola, ricarico l’acqua, ringrazio e me ne vado.

Sto bene, i chilometri in tasca sono ancora pochi e non sento bisogno di riposare, mi assicuro solo la scorta d’acqua che mi piace avere sempre abbondante.

Da lì sarà solo natura isolana per chilometri, Dario è un po’ indietro, tiene volutamente un passo moderato, io ho buone sensazioni e allungo un po’, raggiungo la costa e con essa Naregno e poco dopo Porto Azzurro, un posto incantevole.

Il turismo “pesante” è ormai alle spalle e restano solo turisti tedeschi (scoprirò poi che sono veri appassionati dell’Elba e praticamente ovunque) correre tra le vie fiorite di Porto Azzurro è un piacere.

Contrariamente al solito non desto nessun interesse nelle persone a cui passo accanto con il pettorale, lo zaino, la tenuta da gara insomma.

So che il “bello” arriva adesso e mantengo la concentrazione.

Passo in rassegna il Parco Minerario di Rio Marina con il museo a cielo aperto del vecchio sito di estrazione, con Dario purtroppo ci siamo divisi a Porto Azzurro e non lo vedo più ma affianco un ragazzo straniero, Hugo, con un curioso paio di scarpe che sembrano più antinfortunistiche che da trail e condivido il passaggio minerario con lui.

Sembra di essere in un altro paese, mi ricorda la terra rossa australiana di Ayers Rock, sensazione amplificata dalla grande quantità di alberi di eucalipto, pianta tanto bella quanto inusuale ai panorami a cui sono abituato, ma abbondante in territorio Elbano a quanto pare.

La terra brilla di minerale in contrasto con il rosso aranciato ed il nero e forma un tappeto morbido e luccicante, intorno a me vecchi carrelli minerari e macchinari pesanti in disuso, il tutto in una gola scavata per l’estrazione con tanto di laghetto blu cobalto nel mezzo, veramente tanto bello.

Mi rendo conto che il mio essere lento mi aiuta ad apprezzare quello che ho intorno, che poi è quello che cerco nell’ultra trail, il viaggio, seppur fugace, nella natura in cui mi immergo.

Se fossi un atleta forte sarei così concentrato sul passo e sul tempo da combattere che non mi godrei nulla di tutto ciò.

Da Rio Marina fino alla Fortezza del Volterraio locata al cinquasettesimo chilometro è stata solo e soltanto salita, con un paio di passaggi veramente duri.

Hugo mi ha staccato, Dario è lontano ed anche una coppia che curiosamente mi riprendeva in salita ma che poi staccavo nettamente in discesa è scomparsa, sono solo, e ho fame.

Dal Volterraio fino al picco massimo per completare la quota dislivello di gara al sessantaduesimo chilometro è stato un inferno, solo salita, pendenza micidiale, prima in sottobosco poi scoperti sotto un sole indebolito dal vento che appena accenna a diminuire.

Sono stanco, i gel non fanno praticamente più effetto e gli organizzatori hanno ben pensato di lasciare l’ultima parte di gara senza ristori, comincio anche ad essere a corto d’acqua e mi sta partendo la gamba sinistra all’altezza del ginocchio, ma la meta è “vicina” e ormai non si torna indietro.

Gli ultimi cinque chilometri sono stati forse i peggiori, la fatica è “finita” perché li tratti tecnici sono alle spalle.

Capoliveri è lì sul suo cucuzzolo ma tra me e lei c’è una campagna intera, una vallata che, almeno in quel momento, sembrava immensa.

Un corridore fermo in preda ai crampi mi vede arrivare e simpaticamente mi dice:

“Vedi lassù? Pensa è lì che dobbiamo arrivare!” Come se non lo sapessi… :S

Finalmente colmo la “valle di mezzo” che mi separa dall’arrivo e ovviamente camminando faccio l’ultima massacrante salita e la simpatica scalinata che mi separano dall’arrivo, la felicità di avercela fatta è più forte della stanchezza e gli ultimi 200 metri li corro, col sorriso.

In piazza ci sono i miei compagni di viaggio, arrivati ore prima di me, Paolo ha migliorato dall’anno scorso qualificandosi secondo assoluto ad un minuto dal primo, Andri ha chiuso in 9 ore, Dudu e Cix hanno corso la 25Km e sono li da parecchio, tutti urlano vedendomi apparire dall’angolo, è un bel momento.

Chiudo 67Km e 3000D+ in undici ore e mezzo, veramente un eternità, potevo spingere di più? Forse si, come sempre, ma come sempre, per me, l’importante non è il tempo ma il viaggio.

C’è effettivamente da dire che per le gare di ultra trail quando il tempo diventa eccessivo la cosa può rivoltartisi contro.

Ok prendersela con calma, ma anche per quello c’è un limite che va gestito, tutto deve essere in un certo tal modo effettivamente “calibrato”.

Da lì in avanti, complice un’influenza che probabilmente covavo e che la gara ha catalizzato, una serie di errori ha fatto si che il recupero fosse uno dei più difficili mai fatti”.

Ci ho messo una settimana intera a ripristinare valori normali, un decente battito cardiaco a riposo, una temperatura normale ed una generale sensazione di benessere fisico e mentale”.

Onestamente, nei giorni successivi, la sola idea di andare a correre mi nauseava, una cosa mai successa, complice, il viaggio di ritorno non proprio leggero e l’influenza.

Per la prima volta in cinque anni mi sono sentito “stufo” del Trail, tanto da pensare di annullare l’iscrizione alla Monte Rosa 83km 6000D+ in programma per luglio.

Col passare dei giorni la voglia è tornata, l’umore è migliorato così come il benessere generale e anche la spinta a tornare sulle gambe.

Ma qualcosa è cambiato, un pensiero si è insinuato nella mia testa, che lentamente si è trasformato in una molto chiara consapevolezza.

I limiti esistono, non tanto quelli fisici che possono essere superati con la forza di volontà, (e non sempre), ma comunque esistono, e devono essere ben chiari e definiti, non tanto per la pericolosità di quello a cui si va incontro, ma per il fatto che, quando passi il limite, quello che ami profondamente può subire un cambio di paradigma e semplicemente… stancarti, e la sensazione non è bella, è un limbo.

Non devi dimostrare niente a nessuno (parafrasando un amico che ben mi conosce), non ai tuoi compagni né tantomeno e soprattutto ai social e cagate simili, e nemmeno a te stesso, perché già essere su un sentiero è una dimostrazione di passione e volontà, non è necessario aumentare sempre, non è la distanza che ti fa migliore o più forte.

Ad un certo punto la dimensione deve essere definita, al fine di mantenere il piacere di cosa stai facendo.

Nel mio personalissimo caso credo che il Monte Rosa sarà la mia “milestone”, non so se arriverò mai ad una cento chilometri che è sempre stato il mio obbiettivo, in termini di distanza.

Ho sempre sognato di partecipare al TOR, ma almeno per ora, lo vedo come qualcosa che forse, (nei piani sarebbe il mio “regalo dei 50”, quindi in sei anni da ora), non sarò mai in grado di gestire.

Qualcosa all’Elba è successo, sensazioni nuove, probabilmente alterate da una condizione fisica anomala, ma in ogni caso sensazioni che devono essere prese in considerazione.

La cosa che mi spiazza è che la gara in sé per sé per quanto provante l’ho portata a casa come sempre, sorridendo e godendomela, il post invece è stato molto pesante, ma ripeto, probabilmente il tutto è stato alterato da una situazione fisica già compromessa che non appena la tensione è scesa ha preso il sopravvento.

Al momento in cui scrivo questo report meno di una settimana mi separa dalla prossima gara, Mallorca UTMB 57km 2600D+

Meno chilometri, meno dislivello, una vacanza comoda e ben organizzata davanti, quindi “easy!” giusto? Vedremo.

Le somme, cominciate all’Isola d’Elba le tirerò quando al traguardo, a Palma de Mallorca. Valuterò le sensazioni, il processo post gara ed il recupero e forse avrò tutto più chiaro, per ora ho sensazioni molto contrastanti.

In ogni caso, ora, come sempre, andatavene a correre! ;)

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