Sapevo che la 50km del Monviso era una gara diversa, sapevo che sarebbe stata una delle più dure, e per questo quando il Capitano me l’ha proposta mi sono iscritto.
Volevo qualcosa di diverso dopo due UTMB di fila, qualcosa di più selvaggio, più trail, meno persone, meno casino, meno brand.
La formazione per questa trasferta è stata quindi la seguente: Capitan Gabrielli assieme all’amico Milo per la 100 Miglia (160km 9000D+) il sottoscritto per la 50km 3000D+, Cristina e Alice per la 20km 1000D+, siamo quindi partiti a macchia alla volta di Saluzzo.
Avevo voglia di staccare un po’ quindi mi sono fatto anche il viaggio da Ancona in solitaria, una full immersion di podcast Buckled e autostrada, per un totale di quasi sei ore di macchina.
Saluzzo è calda, e umida, subito dopo il check-in mi fiondo a mangiare per il consueto carico di carbo. Il ristorante è fortunatamente sulla starting line e infatti poco dopo i miei compagni di viaggio si palesano in piazza, siamo ad un ora dalla partenza di Francesco e Milo, li rivedrò più di trenta ore dopo.
I coraggiosi della 100 Miglia lasciano Saluzzo alle 21 precise, un manipolo di meno di cento persone, concentrati, carichi, impazienti di partire per un vero e proprio viaggio. Li salutiamo e bighelloniamo un oretta nella parte vecchia di Saluzzo, che si scopre un vero gioiellino medioevale pieno di birrerie artigianali e vita notturna, un b-side decisamente inaspettato.
Ore 23, nonostante la mia partenza sia fissata per le 15 del giorno dopo mi porto verso il mio alloggio, le sei ore di macchina mi hanno comunque un po’ segnato, necessito di relax, e solitudine.
La mattina di Sabato è una bella giornata. Faccio una colazione abbondante, rimpolpando il carico di carboidrati e torno in camera. Passo un oretta a preparare lo zaino, è una fase delle gare che mi piace molto, controllo tutto per bene.
La tensione pre gara c’è sempre, ed è giusto che ci sia, quando mancherà, vorrà dire che mi sono stufato di correre, è un marker importante, almeno per me.
Alice si offre di darmi, molto carinamente, un passaggio in macchina fino a Sanfront, dove partirà la mia gara, accetto di buon grado, risparmiarmi un ora di autobus prima di una gara da almeno otto-nove ore è un vero e proprio regalo.
Non sono un amante delle partenze gara da località differenti dall’arrivo, mi scombina il karma, specialmente quando per arrivarci è necessario prendere bus, navette, pullman e altri mezzi semoventi sparati a canna per chilometri di tornanti, al mio stomaco non piacciono.
Sanfront è deserta, Alice e Cri si trattengono con me per un caffè e poi levano le ancore in direzione della base vita in attesa di Milo e Francesco che sono in gara già da tutta la notte, per dargli assistenza.
Trovo una trattoria deliziosa, sono tre ore in anticipo dal colpo di cannone, mi concedo una tagliatella galattica al ragù e un litro di minerale e ovviamente, come da tradizione, approfitto dei bagni della locanda 😀
Mi trovo una nicchia nel mercato antico di Sanfront, al riparo da una pioggia polemica stile britannico che da un ora circa bersaglia il paese, onestamente con mio sollievo, la temperatura fino a quel momento è stata proibitiva.
Per come sono fatto preferisco la pioggia al sole a picco sulla testa per ore, quando corro.
Intorno a me qualche runner, ci si prepara, si controllano gli zaini, qualcuno addirittura si scalda, il tutto in un grande silenzio. Finalmente il parterre di gara si apre, ci riuniamo richiamati dallo speaker, ci consegnano i GPS da tenere addosso (prima volta in una 50km che mi consegnano un GPS, cosa che mi conferma quanto sarà dura la gara), breve briefing sul percorso e siamo già al conto alla rovescia.
Siamo un pugno di runners, poco più di 70 ,niente a che vedere con l’ultima gara fatta da oltre 1000 corridori.
La partenza, in salita, è a fiamma, nel giro di un chilometro è già silenzio intorno a me.
Da qui in avanti sono stato praticamente, sempre, da solo.
I primi venti chilometri sono tutta salita fino al colle di Gilba e al passo del Prete, la prima parte si svolge in boschi bellissimi, con un umidità pazzesca ma fortunatamente senza sole, il passaggio nell’antica borgata “Lantermini” mi trasporta nella mia solita “dimensione Signore degli Anelli”.
“È pura magia, è quello che amo di più del trail, perdersi nella natura, passare in rassegna rovine di antichi insediamenti, dimenticarsi di tutto e assaporare il momento, lasciando la consuetudine alle spalle”
Mi sento molto bene, la salita è dura ma tengo un buon ritmo, ho già archiviato la possibilità di un piazzamento decente, i ristori sono tanti, essenziali ma ben distribuiti e non sono mai in debito di acqua. Mi concedo più coca cola e minerale frizzante del solito, pagherò questo stravizio più tardi.
“Il livello è altissimo, non vedo nessuno davanti a me, nemmeno in lontananza, ma non mi interessa, non mi è mai interessato piazzarmi, per me la sola cosa che conta è il viaggio”
Arrivo in quota al Colle del Prete completamente zuppo di umidità, mi concentro sul passo e sulla strada essendo tutto il resto inviluppato in una sorta di nuvola di zucchero filato d’acqua, che nasconde alla mia vista tutto quello che ho intorno isolandomi in una nube bianca.
In cresta il vento mi da una spazzolata, sono zuppo e mi fermo per coprirmi, la mia solita paura di raffreddarmi, non ho nessuno intorno, non c’è nemmeno la possibilità più remota di perdere una posizione 😀 ne approfitto anche per un gel.
Siamo al ventesimo chilometro circa e da li partirà una discesa di dieci chilometri massacrante.
La prima parte è veloce e tecnicissima, poi per fortuna, passata un altra magnifica borgata nascosta, attraverso un passaggio di ciottoli tondi manco fossero stati disegnati da qualcuno a goniometro, (sicuramente il letto di un antico torrente), torno ai boschi ed il terreno si fa un pelo più morbido.
Ho le gambe tritate dalla discesa, tento di allungare un po’ il passo per pesare di meno sui quadricipiti e non inchiodarmi o peggio, cominciare a battere forte di punta sulle scarpe.
L’atmosfera è bellissima, il cielo è grigio, faccio meno di un chilometro di asfalto uscito dal bosco e arrivo alla scuola dove è allestita la base vita a frazione Borrasco.
Mi accolgono rumorosamente, come fossi un pro runner, sono tutti sorridenti ed affettuosi, guadagno una panca e mi cambio, levandomi di dosso la tee shirt intrisa di umidità.
Vestiti asciutti, che sciccheria!!
Prendo una bottiglia d’acqua, un bicchiere di coca, ed un piatto di minestra calda con gli anellini.
Mi concedo un paio di messaggi con mia moglie e con i compagni in giro da ore per la 100Miglia.
Da solo, seduto a mangiare una zuppa calda, dopo quattro ore di marcia solitaria, al caldo, mi sento bene, come nei video report del TOR e delle grandi gare, sono felice di essere li, ed ancora una volta sento che quella dimensione è il mio presente e che amo profondamente il Trail.
Ringrazio tutti e mi rimetto in movimento, un volontario mi accompagna fino all’attacco del sentiero dandomi qualche informazione e riparto con un ottimo umore.
Da li si è fatta sentire immediatamente tutta la brutalità dell’ultra trail.
Dopo pochi minuti vengo aggredito da crampi addominali fortissimi che mi impediscono di correre, devo camminare per forza. Fortunatamente sono solo dovuti alla quantità eccessiva di coca cola e acqua gassata che ho assunto nella prima parte della gara, l’anidride carbonica in eccesso si è riversata nell’intestino, in qualche modo riesco a smaltirla 😀
Fortunatamente i crampi passano perché da li i cinque chilometri con quasi 600 metri di dislivello mi piegheranno letteralmente in due, una salita infinita.
Sono sempre da solo, quindi è difficile perdere la concentrazione, tengo un buon passo nonostante cominci a sentire le ore ed i chilometri, nemmeno mi accorgo che sono quasi completamente al buio.
Di solito passo sempre dalla notte all’alba, è consuetudine partire molto presto e guadagnare l’alba correndo, ma questa volta, per la prima volta essendo il colpo di cannone esploso alle tre di pomeriggio, sono passato dal giorno alla notte, e le cose cambiano tanto.
La montagna incombe scura su di me, ne vedo solo il profilo, sono nascosto da una cattedrale di alberi sempre più fitti che mi isolano da quel poco di luce che è rimasta immergendomi in una dimensione per me del tutto nuova, bosco, in salita, da solo, di notte.
I suoni a cui sono abituato della natura diurna non ci sono più, i passi e il rumore della bacchette “rimbombano” contro gli alberi e le rocce che ho intorno, il terreno si popola di animali notturni e i suoni intorno mi fanno sobbalzare a intervalli regolari.
La frontale illumina bene il sentiero ma come si dice “il punto più buio è sotto la candela”, intorno a me è “pitch black”, rendendo ancora più immersiva l’esperienza.
Dopo una prima ora di “agitazione” mi acclimato alla dimensione notturna con i suoi rumori ed i suoi silenzi, e tutto d’un tratto mi sento parte di quella biosfera, se non fosse per la luce artificiale della frontale, sarei perfettamente integrato.
Acquisto sicurezza e mi muovo “leggero” nell’ombra, mi sento bene, soddisfatto e fiero di me stesso, un sorriso si dipinge sul mio viso, sono solo io a saperlo, non l’ha visto nessuno.
La salita mi piega, sono sfinito quando arrivo all’ultimo ristoro del quarantesimo chilometro, due ragazzi mi accolgono sorridendo e mi viene naturale salutarli con un “è bello vedervi ragazzi”, sono solo da più di sei ore.
Una manciata di orsetti gommosi e mi lancio in discesa verso Saluzzo, ho davanti cinque chilometri belli tecnici e ripidi di roccia, tre di bosco abbastanza morbido e due di asfalto.
Mi sento bene, le forze guizzano pregustando l’arrivo e anche se c’è ancora un po’ di strada da macinare il grosso è fatto e le gambe rispondono bene.
Arrivo in centro a Saluzzo in solitaria (ovviamente) la finish line è un corridoio allestito tra due ali di ristoranti e locali, è sabato sera e sono circa le undici e un quarto, il paese è tutto li, la gente si alza, applaude, che bella sensazione!!
Attraverso l’arco, mi prendo la mia medaglietta e fermo il Garmin, è fatta.
La zona atleti è molto bella, mi accomodo e subito volontari gentilissimi mi portano uno scacco ci lasagna da almeno un metro quadrato, una bottiglia d’acqua e una birra, non posso chiedere di meglio.
Faccio due parole con un runner straniero arrivato poco dopo di me e condivido il cibo con lui, il clima è caldo e placido, intorno è pieno di gente e stanno arrivando anche i runners della 100Miglia completamente sgretolati da un impresa che è quella che ho appena completato io, ma elevata al cubo 😀
Mi trattengo ancora un po’, mi piace l’atmosfera che ho intorno e non voglio ancora tornare in hotel, sono stato da solo per tutto il giorno.
Arriva la prima donna della 100Miglia, sta meglio di me… una telefonata con gli amici di SforzAncona impegnati in una notturna sui Sibillini, ancora un po’ di cibo e così come sono arrivato, me ne torno in camera. È tempo di relax.
Una bellissima gara, in una terra che non conoscevo, diversa, dura.
Niente brillantina, niente superstar runners, niente sponsor milionari, ma tanta passione e rispetto per la montagna e per il trail, con un organizzazione impeccabile, la consiglio a tutti.
Ora, andatevene a correre! ;)
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